"Una rigorosa costruzione drammaturgica, una serie di monologhi e un filo rosso che collega diversi destini, presenze della nostra contemporaneità.(...) Lunghi,calorosi e ripetuti gli applausi del pubblico."
- Valeria Ottolenghi, Scenario, 2026
"Una rigorosa costruzione drammaturgica, una serie di monologhi e un filo rosso che collega diversi destini, presenze della nostra contemporaneità.(...) Lunghi,calorosi e ripetuti gli applausi del pubblico."
- Valeria Ottolenghi, Scenario, 2026
"J.T.B. affresca, tra dentro e fuori, tra continue zoomate interiorizzanti ed intime e grandi boccate di spicchi di realtà, la condizione di solitudine dell’uomo contemporaneo, in allerta, in attesa, in difetto, sull’altalena tra il non essere compreso ed il desiderio di essere accolto, non volendo, comunque, stare nella massa come non rimanere da solo con se stesso."
- Tommaso Chimenti, 2026
“Scrittura serrata estremamente moderna che porta in scena la fragilità e allo stesso tempo la spietatezza del mondo dello spettacolo televisivo di cui le prime vittime sono proprio gli artisti, in questo caso una star del rock. Tutti i personaggi vivono come sanguisughe sulle spalle di J.T.B. chi per avere visibilità, chi per fare lo scoop della vita, chi per fare soldi, chi per affrancarsi dalla propria disperazione. Come ha suggerito lo stesso autore, si potrebbe parlare di un crudele “marketing” con personaggi dati in pasto, prima come eroi maledetti, poi come eroi disperati, al “cannibalismo” del pubblico. Attuale, attualissimo, che ti fa arrivare in fondo d’un fiato e che riesce a farti vedere dal di fuori che anche noi, in fondo, facciamo ogni giorno la nostra parte in questo gioco al massacro.”
- Silvia Bardi, la Nazione, 2026
“Al termine tante le domande: ha saputo toccare profondamente la narrazione, resa teatro, spettacolo, in varie forme, messo in gioco il corpo in molteplici posture che esplicita malesseri, stati d’animo, con immagini che scorrono, altre presenze: molto bravo Alessandro Gallo, autore (assieme a Lorenzo Garozzo come dramaturg), interprete e
regista di “L’inganno”, visto a Parma, al Teatro al Parco, spettacolo finalista al Premio Scenario 2019, con successivi, importanti riconoscimenti, sapendo anche misurare la lingua, un napoletano reso più chiaro sapendo di classi con ragazzi immigrati.”
- Valeria Ottolenghi, Sipario, 2024
“Tratto da una storia vera, Alessandro Gallo continua la sua strada verso la narrazione dell’educazione criminale. Partendo dal suo vissuto disegna, con ironia, rabbia e dolore i volti di una Napoli madre-coraggio che si scontra, quotidianamente, contro il peso claustrofobico di un familismo che trasforma la bellezza dei vincoli solidali tra famiglie in comportamenti omertosi, in silenzi e sguardi dalle sfumature mafiose.
Una biografia che si annoda tra due dimensioni nelle quali il protagonista è costretto a muoversi con parsimonia: la dimensione narrativa che si affida all’esercizio democratico della denuncia contro le mafie e una dimensione onirica di contatto e di scontro con un piccolo branco di corpi che ne vorranno impedire la narrazione stessa.”
- Milano Today, 2024
“Una rappresentazione forte e veritiera, che ha colpito nel segno i giovanissimi spettatori ed i loro insegnanti. Gallo è infatti figlio di un ex camorrista che, attraverso libri e spettacoli, porta in giro per l’Italia il suo messaggio di speranza: la mafia si può e si deve combattere e vincere. (...) Al termine dell’esibizione, tanto entusiasmo ed emozione da parte dei presenti, che hanno posto all’attore numerose domande.”
- Mauro Taino, Cremona Oggi, 2022
“Garozzo riesce con abilità a narrare e descrivere la frammentazione della modernità, l’assenza di senso della quotidianità e instillare nel pubblico il dubbio che la strada per riappropiarsi di noi stessi possa essere proprio la perdita di memoria.”
- Nicola Arrigoni, La Provincia di Cremona, 2018
“Nameless, una partitura di Lorenzo Garozzo per cinque attori, indaga nelle amnesie retrograde, nei sensi di abbandono, nel portfolio delle Identità che dissotterriamo o seppelliamo, e la struttura procede per numeri, a soli schizoidi, reminiscenze, test di mnemotecnica che forse talvolta eccedono in glamour, ma alimentano anche la profonda malinconia di una lei.”
- Rodolfo Di Giammarco, Repubblica, 2018
“La regia di Benedetti rende Nameless uno spettacolo intenso, vivo, finto, ma mai falso. Ci aveva già abituato a riflettere Lorenzo Garozzo con altre pièce, come A me piace settembre o Suzanne. Ma con Nameless fa qualcosa di più, ci mette in scena, ci coinvolge, ci invita a ricostruire il nostro passato, che sfugge in ogni momento facendoci provare un senso di angoscia”
- Michela Vecchia, Panorama 2018
“È proprio in virtù di tali bravi interpreti, il cui buon dosaggio è dovuto alla mano di César Brie, che Suzanne riesce ad abitare l’ampiezza scenica, assimilare il senso di crisi dei personaggi in una triplice dimensione spaziale, creando attraverso l’atmosfera una scena che poteva pericolosamente virare sul naturalismo più estremo. E invece con pochi elementi – soltanto una spalliera di letto che diventa barriera, o una finestra che diventa specchio dell’identità perduta – la vicenda si inarca fino alla soluzione finale, definendo come non è una situazione a padroneggiare il racconto, ma un sentimento basculante sia nei personaggi che nel pubblico in ascolto.”
- Simone Nebbia, Teatro e Critica, 2018
“La regia di César Brie porta in scena questa vicenda indagando in profondità nella storia e mostrando al pubblico come la trasformazione di Paul rappresenti la labilità e dell’inconsistenza delle barriere di genere, delle forzature d’etichetta che bloccano e definiscono rigidamente gli aspetti della realtà. Questa trasformazione avviene al culmine di una storia che le due interpreti e coautrici della drammaturgia, Tamara Balducci e Linda Gennari, definiscono «tenera e dolente, capace di esprimere tutta la sofferenza del vivere, del fare i conti con sé stessi, con il proprio passato e con le angoscianti memorie legate alla guerra. È la rappresentazione della labilità̀ e dell’inconsistenza delle barriere di genere, delle forzature d’etichetta che bloccano e definiscono rigidamente gli aspetti della realtà».”
- Romagna Uno, 2017
“A me piace settembre è una pièce intima, un lungo monologo attraverso il quale lo spettatore è sempre più coinvolto in una narrazione su più piani, il presente nel parco e la panchina, il lontano ricordo di quel giorno della gita, e il vicino presente in cui viene svelata la realtà delle cose, sulle note di una canzone che traghetta il ricordo sepolto alla sfera della realtà. E così settembre si fa metafora del disincanto. L’interpretazione di Alessia Vicardi è coinvolgente, non si riesce a distogliere lo sguardo, l’attenzione non cala mai, nonostante non ci sia dinamica sul palco.”
- Romagna Uno, 2017
“A me piace settembre è una pièce intima, un lungo monologo attraverso il quale lo spettatore è sempre più coinvolto in una narrazione su più piani, il presente nel parco e la panchina, il lontano ricordo di quel giorno della gita, e il vicino presente in cui viene svelata la realtà delle cose, sulle note di una canzone che traghetta il ricordo sepolto alla sfera della realtà. E così settembre si fa metafora del disincanto. L’interpretazione di Alessia Vicardi è coinvolgente, non si riesce a distogliere lo sguardo, l’attenzione non cala mai, nonostante non ci sia dinamica sul palco.”
- Michela Vecchia, Panorama, 2016
“Portare certi argomenti a teatro spesso si corre il rischio che si trasformino in qualcosa di eccessivo, a volte di poco credibile o artefatto. In questo caso fortunatamente non è così. Il merito va diviso a metà. Una parte per la bravura di Alessia Vicardicher sceglie una recitazionecon tutti i crismi della professionalità riuscendo a trasmettere sensazioni e sentimenti che fanno parte dell’animo umano in maniera credibile. Una parte invece per il testo di Lorenzo Garozzo che in maniera lineare e senza effetti inutili trasmette una sensibilità sorprendente per un uomo su una tematica fortemente feminile come quella della maternità.”
- Massimo Delzoppo, Corriere di Novara, 2016
“Il testo e la regia sono curati da Garozzo che mette Alessia Vicardi nella condizione di dare il meglio di sé, di costruire con plastica precisione attoriale un testo in cui le parole e la storia sono scritte sul diario della vita e che in scena scottano per la loro credibilità e assolutezza. Lunghi applausi alla fine per interprete e drammaturgo.”
- Nicola Arrigoni, Sipario, 2015